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Vecchio e nuovo mondo del vino

Con vecchio e nuovo mondo del vino si definisce la mappa geografica che contiene i tratti in comune quali i vitigni ed le grandi differenze nella produzione, nel clima e soprattutto nello stile. Proviamo a vedere  dove sono e in cosa si distinguono dai loro antenati.

 

Un po’ di storia è sempre utile

L’Europa è considerata la culla del mondo occidentale. Con pregi e difetti è probabilmente uno dei luoghi più equilibrati e pacifici degli ultimi 80 anni. Quando si dice vini del vecchio mondo si intendono i vini prodotti in Europa attraverso l’evoluzione di una tradizione millenaria. All’opposto, per capire come nascono i vini del nuovo mondo è necessario partire dalle colonizzazioni successive alla scoperta dell’America, dei paesi affacciati alle coste atlantiche.

A partire dal 16° secolo Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna e Portogallo condizioneranno il futuro di tutte le terre con cui entreranno in contatto. Nei secoli, alle conquiste sanguinose sono succedute relazioni tranquille. I paesi si sono progressivamente resi indipendenti, la lingua è rimasta e così le relazioni costruite nel tempo. Nel si sono poco a poco inseriti gli studi sui vitigni, le zone di coltivazione e gli assetti economici che hanno condotto al presente.

 

Dov’è il Nuovo Mondo del vino

Stati Uniti, con la California in posizione prioritaria, Argentina, Cile, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda sono le aree identificabili del Nuovo Mondo del vino. Hanno acquisito dall’Europa le tecniche di allevamento della vite, i trattamenti nei vigneti, le tecnologie utilizzate nella trasformazione e le tecniche  di affinamento. In questo senso la globalizzazione è completata.

Cosa hanno in comune con il vecchio mondo? I vitigni. Come prevedibile, le varietà del nuovo mondo sono tutte di importazione dal vecchio mondo, si tratta dei cosiddetti vitigni internazionali, prevalentemente di origine francese. Da qualche tempo tuttavia si fanno spazio i vitigni di origine italiana, come il Sangiovese, la cui reputazione è altissima grazie alla fama del Brunello di Montalcino. Ma anche il Nero d’Avola, importato nelle zone più calde del mondo, come l’Australia grazie alla notorietà dei vini straordinari che si producono in Sicilia.

 

Questione di stile

Lo stile è quello che meglio aiuta a capire le diversità dei due mondi. Cos’è lo stile di un vino? Senza utilizzare le parole tecniche, i vini tendono ad essere un po’ come gli umani: più sobri e misurati gli europei, mentre i nuovi mondi esprimono sempre sensazioni più marcate, più struttura, più impatto aromatico. Visti dal vecchio mondo i vini del nuovo mondo sono più “prevedibili”, lo stile privilegia sempre la morbidezza, la rotondità e la piacevolezza. Si intuisce che non nascono quasi mai in una logica di abbinamento con i cibi, bensì ad essere serviti da soli come drink.

Nel nuovo mondo il vino non va necessariamente abbinato ad un piatto. In origine ovvero l’Europa centro meridionale, il vino a tavola con il cibo è il consumo ovvio per tutti i paesi produttori.  Il vino è parte del pasto e non si consuma quasi mai da solo,  al contrario il brindisi diventa il pretesto per un piccolo spuntino e si trasforma in “aperitivo” solitamente nel pre-cena.

 

Enogastronomia non è Food&Wine

E’ necessario ribadirlo prima di parlare di modalità di consumo. In Europa il vino non è un prodotto di consumo sostituibile, è parte della storia del mondo occidentale. Nel vecchio mondo collochiamo il vino insieme a una serie di alimenti basici, come formaggi e salumi, che nei secoli hanno rappresentato i capisaldi del sostentamento umano, grazie alle tecniche inventate dall’uomo per rendere durevoli i prodotti deperibili come il latte e la frutta.

Il prefisso “eno” ci parla di circa 2000 anni di esperienza nella produzione e nel consumo di vino: di colonizzazione degli antichi romani, del lavoro certosino di tramandare vitigni e piante di generazione in generazione per 2 millenni. Ma anche la gastronomia ci racconta di una storia variegata di viaggi europei e non, tra locande per la sosta, di narratori e di ricette sofferte per inserire e valorizzare alimenti di importazione dopo la scoperta dei nuovi continenti.

 

Denominazioni di Origine? No, grazie

Il nuovo mondo tende a semplificare, cerca di incontrare il gusto del mercato e non ama complicarsi l’esistenza con regole superflue, come la tipicità e l’origine. Le denominazioni di origine che hanno caratterizzato la trasformazione del mercato del vino negli ultimi 60 anni non esistono oltre l’Europa. Questo è spesso origine di conflitti internazionali importanti tra la UE e i diversi paesi.

Il vecchio mondo tende a tutelare l’origine dei prodotti e pretende che non si crei confusione tra i prodotti originali e gli ultimi arrivati; il nuovo mondo vantano la presunta libertà  del libero mercato e di chiamare i prodotti come si vuole. Non ultimo l’Australia, che vorrebbe chiamare Prosecco il vino prodotto nel paese dal vitigno Glera. Di conseguenza, la battaglia è aperta e coinvolge i tavoli delle diplomazie internazionali.

 

Concludendo…

Per tutte le ragioni che ho indicato sopra si capisce che il vino merita un po’ di ore di studio da parte degli appassionati. Il vecchio mondo e il nuovo mondo visti attraverso il vino sono un’esplorazione interessante e di come l’uomo collabora con l’ambiente e del “risultato” ottenuto tramite il proprio intervento.

Il vero limite: è difficilissimo trovare in Italia i vini del nuovo mondo nelle carte dei vini, con eccezioni nelle grandi città. E se si esclude lo Champagne, anche i vini europei, non hanno vita facile. E’ un vero peccato, perché il confronto mancato e l’estremo protezionismo nei confronti dei vini nazionali non aiutano il wine-lover a costruirsi una corretta visione del mondo del vino. Il vino italiano vale tanto quanto si sa mettere a confronto con le produzioni del mondo e valorizzare le proprie peculiarità.

 

Cheers!

 

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Patrizia Marazzi Wine Tourism Wine Expert

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