Oste o Host

Host oppure Oste? L’ospitalità ha radici comuni

Chi era l’oste?

L’oste italiano, a differenza dell’host nella lingua inglese è un personaggio che non si può  separare dal vino. E’ un “mestiere” scomparso nella sua versione originale. Il suo ruolo viene continuamente “aggiornato” dai cambiamenti avvenuti nella vendita e nella somministrazione. L’oste di un tempo è la persona che gestisce l’osteria, luogo deputato alla mescita del vino sfuso insieme a una ristorazione veloce e di poche pretese: uno o 2 piatti caldi per consentire ristoro ai viaggiatori, un bicchiere di vino per gli avventori locali (spesso più di uno!)   Un luogo quasi riservato al genere maschile e dedicato alla pausa, alle chiacchiere e al gioco delle carte. E’ chiaro dunque che, parliamo di un professionista dell’ospitalità.

Un uomo scaltro e accorto

L’uomo è anche il protagonista di proverbi popolari: “Non chiedere all’oste com’è il suo vino!” ovvero “evita ci chiedere a un venditore com’è la qualità del suo prodotto perché difficilmente otterrai una risposta obiettiva”. Oppure “Abbiamo fatto i conti senza l’oste!” quando si trova un accordo e si capisce di aver trascurato un aspetto molto importante e bisogna cominciare da capo. L’oste era dunque una figura centrale, attenta al business e in grado di valutare attentamente tutti gli aspetti di una negoziazione. Oste ha un sua declinazione femminile nella parola ostessa, di fatto una professione che non esiste in italiano, connessa con il vino. Però è interessante, sia in italiano che in inglese quanto il suono sia rimasto pressoché identico. La hostess in italiano riveste comunque un ruolo di accoglienza.

L’oste e l’osteria

L’oste, dunque, era anche un aggregatore di persone, un confidente, una persona di riferimento per ottenere informazioni  riguardo al luogo e alle persone. Ad esempio per trovare casa o per conoscere la reputazione di una persona poco nota. Con il passare del tempo e il cambio delle professioni e stili di vita, la vecchia osteria venne sostituita dal bar che somministrava anche  liquori e caffé, poi dalle enoteche, ed ora dai wine-bar dove al vino sfuso si è sostituita una carta dei vini articolata per ogni gusto e abbinamento. I locali che ancora espongono l’insegna “Osteria” sono quasi sempre  legati alla tradizione gastronomica del territorio. Di certo la parola “osteria” evoca nelle menti di molti noi un sapore e un odore presenti nella memoria, ormai perduto nella realtà quotidiana.

Cosa bevevano i clienti dell’oste?

Ma tornando al vino, che è il filo conduttore delle nostre ricerche, com’ era il vino dell’osteria? “Buono!” direbbe l’oste della nostra vignetta. Il vino all’osteria era bianco o rosso, proveniva dall’ultima vendemmia e l’affinamento in botte o in bottiglia era praticamente sconosciuto a questo tipo di consumatore. Come sconosciuti erano alcuni metodi di elaborazione del vino quali Martinotti  o Metodo Classico nella creazione di bollicine…

Quello che variava era la quantità da ordinare, in base al numero dei commensali; dobbiamo considerare che il lavoro manuale era molto diffuso e un pasto contemplava più portate. L’immagine delle varie misure, non solo ci mostra le quantità, ma ci indica che ogni misura aveva addirittura un nome che la distingueva, quasi come un “brand” per la misura stessa. Allora si capisce perché “sospiro” per una quantità che si esaurisce rapidamente, mentre “quartino” è strettamente identificativo della frazione di litro ed era utilizzato in tutto il paese (250 ml=un quarto di litro).

L’oste e il vino ai giorni nostri

Non tutto ciò che era normale per l’epoca è andato perduto ai nostri giorni, l’abitudine alla mescita del vino sfuso è rimasta in molti ristoranti informali. Nella carta dei vini si trova una proposta di vino bianco o rosso raramente rosato, in quarto o mezzo litro, chiamata “vino della casa”, poiché un tempo era prodotto dallo stesso ristoratore. Diverso è “il vino al bicchiere” che non è sfuso all’origine, bensì un vino DOC proposto anche al bicchiere evitando l’acquisto di una bottiglia intera.

Questa formula trova il successo in particolare nel wine- bar, all’ora dell’aperitivo, dove curiosi e appassionati possono provare una selezione di vini diversi e incrementare in questo modo piacere e conoscenza. Anche questo è un modo per incontrarsi e condividere un momento, proprio come nella vecchia osteria. La bottiglia piccola invece, da 500 ml oppure 375 è dedicata ai vini dolci e passiti, che meritano però un blog riservato.

L’oste si è reinventato

Dunque l’oste non è scomparso, il suo ruolo si è evoluto e purtroppo, a volte, ha rinunciato al suo nome originale. Il nuovo oste  è una persona che conosce il vino e la degustazione e la nuova ostessa è sempre più presente nella conduzione del locale. E’ curioso, appassionato e ama  proporre ai propri clienti una carta dei vini originale e continuamente in evoluzione come ogni bravo venditore.  Però rimane un oste nell’animo e dunque ci si aspetta che sia una persona accogliente, simpatica e sorridente e dove avrai sempre voglia di tornare. Perché il vino cambia stile secondo i gusti e le mode, ma il bisogno degli umani di essere accolti e condividere emozioni è rimasto lo stesso.

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Patrizia Marazzi Wine Tourism Wine Expert

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