Enoturismo in movimento

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Spazi aperti e enoturisti in movimento. Lo spirito del  vino si reinventa in nuove proposte.

Semplice ed autentico

Gli ultimi anni vedono una domanda in crescita di turismo enogastronomico e questo è di certo molto positivo se si considera che il nostro paese non fornisce una formazione di base ai consumatori, tanto è vero che un’analisi pubblicata nella primavera 2019, afferma che in Italia tra i consumatori di vino solo il 25% conosce cosa sta consumando. Guarda caso il numero degli enoturisti è stimato in Italia intorno al 23% in crescita, il che fa pensare che chi conosce il vino e chi viaggia per conoscerlo da vicino siano profili quasi sovrapponibili.

Dietro al crescente interesse degli enoturisti,  che sono in parte giovani e cercano autenticità, io credo che trapeli un bisogno di conoscenza del mondo del vino, più che della bevanda in sé. L’enoturista è spesso un nativo digitale e conosce perfettamente i canali dove è più facile procurarsi un vino al  prezzo corretto. Dunque se decide di intraprendere l’esperienza del viaggio e prenotare un’esperienza in cantina è perché lo muove una curiosità che va ben al di là del vino fine a sé stesso ovvero un bisogno umano di contatto e relazione con le persone che il vino lo fanno e si prendono cura dell’uva dalla prima gemma al raccolto, spesso con sorprese per niente gradite.  In fondo il vino continua a essere percepito come un alimento molto vicino alla terra, anche quando non si fregia della definizione “naturale”.

“Falla facile” non è facile

Con questa convinzione ho cominciato ad immaginare i percorsi tra i vigneti. Quando io ho cominciato ad occuparmi di vino e non avevo ancora intrapreso alcun percorso formativo, la mia curiosità era basica. Era la curiosità che immagino possa provare tuttora un consumatore curioso del vino e che nessuno all’epoca era in grado di raccontarmi.  

Il mondo del vino è complesso sia nella produzione che nella distribuzione e “farla facile” in poche parole, senza creare confusione nella testa di chi ti ascolta, è una sfida. 

Allora ho iniziato a progettare gli enotrekking  per consentire agli enoturisti di  avere a disposizione una “full-immersion” nel territorio con un tempo più lungo di una visita in cantina, in modo che possiamo ragionare insieme sulla produzione del vino in Italia e non solo, e fare chiarezza dove serve. Io fornisco gli spunti di base e alcune spiegazioni e poi diamo spazio al confronto e alle domande con gli enoturisti, in questo modo quando arriviamo in cantina, il percorso produttivo è un po’ più chiaro.

In movimento è meglio

Alcune ricerche sostengono che il turista enogastronomico dichiara un bisogno di diversificare l’esperienza e che il trekking è una delle attività richieste. Camminare nel luogo di produzione , oltre ad essere un’attività piacevole e a portata di tutti ha più effetti positivi:

  1. Avvicina l’enoturista al lavoro del produttore;
  2. Contestualizza lo spazio in cui si spiega il territorio
  3. Facilita la comprensione delle peculiarità del territorio.

Diverse  fonti autorevoli ritengono che un’attività di apprendimento, quando in movimento, viene potenziata. 

Valtenesi, una visione rosea del vino…

Nonostante il crescente interesse per i vini rosati, anche nel mercato nazionale e nonostante in Valtenesi la denominazione di origine contempli i vini rosati fin dall’inizio, il territorio non gode ancora di grande notorietà nel panorama enologico italiano.

Il suo territorio agricolo  è in realtà piuttosto variegato, spazia dalla spiaggia al crinale della collina e presenta percorsi interessanti per essere esplorati, con panorami inattesi quando si raggiungono i punti più elevati, dove i vigneti trovano l’esposizione ideale. 

La tipologia propone vini rosa di nuova concezione, più scarichi in colore rispetto alla tradizionale vinificazione in rosato di qualche decennio fa, insieme ai rossi dell’annata oppure affinati in barrique.  

Protagonista assoluto il vitigno autoctono del territorio, il Groppello, presente in purezza o più sovente in blend con Marzemino, Sangiovese e Barbera.

… che si afferma durante i primi anni dell’Unitá nazionale

Durante la camminata faremo incursioni nella storia di questo posto e dei personaggi che hanno abitato il territorio durante il primo Regno d’Italia. Quale peso hanno avuto queste persone in quel momento?  E alla fine del processo di unificazione, che paesi erano i nostri “vicini di casa” in particolare rispetto al vino?

Come spesso succede la Lombardia è un territorio determinante per l’evoluzione degli eventi e tutto quanto succede viene integrato nella routine quotidiana, questa propensione a “macinare” e incorporare egli eventi in modo quasi automatico, fa si che ci si soffermi poco a riflettere su origini e conseguenze di precisi atti sottovalutandone la portata storica.

Per esempio quando parliamo di Napoleone III sappiamo che aveva mire espansionistiche sull’Italia settentrionale, ma non parliamo della sua intuizione sulla classificazione del vino durante l’Exposition Universelle di Bordeaux. Ma avremo modo di approfondire, strada facendo nel vigneto…

Enoesperienze invece di  wine experience

La wine experience è una visita in cantina con degustazione. Ormai la definizione è entrata nel dizionario enogastronomico e non si discute. Dunque è corretto distinguere una wine experience da una enoesperienza. Quando si usa il prefisso eno parlando di vino, non si fa riferimento al vino tout court, bensì a tutta la conoscenza, le tradizioni, le interpretazioni, l’innovazione  che l’Europa considera dall’origine della parola ai giorni nostri: clima, successi, problemi, svantaggi, guerre, parassiti  e una conoscenza millenaria in continua evoluzione alla ricerca di nuove soluzioni. Se facciamo nostra l’idea che il vino che stiamo degustando “contiene” tutto questo, allora anche la nostra attenzione verso questi dettagli inizia a modificarsi.

Go Drink: un nome un destino comune

Conoscere Go Drink è stata un’esperienza che solo il mondo del vino rende possibile. Go Drink è già un aggregatore di enoturisti, anche se non necessariamente in viaggio.  Secondo un calendario periodico, all’interno del circuito un membro propone una degustazione “social” presso il proprio domicilio e le persone che lo decidono partecipano versando un contributo. Tutto questo avviene a Milano, che come detto sopra, innova, evolve, procede…

Durante la crisi, la degustazione si è spostata –online e con la enoesperienza nei vigneti, sperimentiamo la formula “all’origine” ovvero dove l’uva cresce dove viene trasformata.

La natura, come le persone, come il vino non amano stare dentro schemi fissi e modelli rigidi. Appena trovano modo di “evadere” verso una nuova dimensione, tendono spontaneamente a riempire nuovi spazi.

Con Go Drink facciamo esattamente questo, incontriamo nuovi amanti del vino e facilitiamo il percorso per condividere l’esperienza con noi.

Che cosa è una wine experience?

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Probabilmente esistono tante esperienze quante sono le persone che vi prendono parte. 

Ogni esperienza è diversa rispetto alla curiosità, alla motivazione, alla preparazione che abbiamo rispetto alle aspettative e ovviamente anche in relazione alle persone che ce la propongono e con cui la condividiamo.

Una wine-experience è…

Un aperitivo con gli amici  può essere comunque un’esperienza, dove l’aspetto conviviale è prioritario rispetto alla bevanda viceversa una wine experience mette il  focus su cosa beviamo rispetto a con chi lo stiamo facendo…  tuttavia, quest’ultimo aspetto non è secondario perché chi prende parte ad una wine experience, ha di norma un’aspettativa da gratificare.

Il mondo del vino offre molti spunti interessanti  per formulare esperienze coinvolgenti: ad esempio una degustazione guidata è già, di per sé, un’esperienza coinvolgente.

Cosa succede in una wine-exprience

L’esperto guida il partecipante in una esperienza sensoriale che lo rende attento e consapevole, i  nostri sensi che nella condizione normale agiscono per automatismi e abitudini all’improvviso vengono “rallentati” e messi sotto osservazione e ci rendiamo conto che vediamo, annusiamo e gustiamo un vino ad un livello differente.

In una parola “sentiamo” a un livello più profondo, perché portiamo un’ attenzione completa alle nostre azioni.

Questa esperienza cambia  ancora se la portiamo nel contesto e nel territorio dove il vino è prodotto: non si tratta più soltanto di degustare uno o più vini e coglierne le caratteristiche, bensì di predisporsi  a “fare la conoscenza” e ad aprirsi verso l’altro, non più solamente alla bevanda, bensì all’ambiente e alle persone che lo producono, in una parola a quel “terroir” tanto  ricco quanto difficile da raccontare in poco tempo, tanto è vero che noi italiani che abbiamo parole per tutto, non siamo ancora riusciti a coniare la traduzione corretta.

La magia della conoscenza

Trovo molto divertente e piacevole, quando al termine di un evento, che contempla la degustazione, la spiegazione del territorio  e del vino l’ospite ti dice “sai che una volta spiegato, si apprezza maggiormente?” e spesso rispondo “sì, lo so perché succede lo stesso, ad esempio, quando fa un’esperienza di conoscenza verso l’arte o la musica”.

Quando l’esperienza si fa in cantina, l’ospite “tocca con mano” la realtà produttiva e incrocia lo sguardo del produttore, riconosce il  suo impegno e quando si passa alla degustazione,  l’importanza non è più solo sul vino, bensì tra la relazione tra la bevanda e le persone, in un rito che si ripete uguale, da decine di secoli, che celebra il “benvenuto” verso l’ospite e lo fa accostando i calici: è il gesto dell’accoglienza in sé, che supera le barriere emotive e linguistiche e che predispone la condivisione.

E’ questa magia dell’incontro,  che mi ha portato, dopo tanti anni, a fondere in una proposta enoturistica, la mia conoscenza del vino e la mia vocazione alla comunicazione: ascoltare, accogliere la richiesta di conoscenza e gratificarla, senza sconfinare in tecnicismi, ridurre la soggezione verso il mondo del vino e aumentarne la consapevolezza, anche nei consumi.

Un’ultima cosa, una wine experience autentica, non si esaurisce con la degustazione, se il wine lover lo desidera, può continuare nel tempo, studiare, aggiornarsi, tanto quanto le vendemmie che abbiamo davanti a noi.

Alla salute!

Virus, parassiti e globalizzazione… La vita continua

Nei momenti difficili allontanarsi dalla folla e cercare rifugio e pace nella natura. Serve a rimettere in ordine i pensieri, a respirare, a rimanere in silenzio con il proprio sentire e con lo spazio intorno a noi.

Lo sguardo al passato…

Durante la mia infanzia, ho avuto modo di ascoltare le storie dei nonni, erano storie di scarsità, di impegno quotidiano, di “miracolo economico”.  Il miracolo delle massaie del tempo  per sfamare famiglie spesso numerose, in un territorio generoso, ma ostico e problematico per la mancanza di strutture e tecnologi. Queste ultime arriveranno solo nella seconda metà del novecento e contribuiranno ad un discreto benessere. Mentre camminavo riflettevo che queste storie sono perse nel passato, potrebbero essere un  buon insegnamento in questi giorni. Si sta creando il panico tra una popolazione mediamente benestante, abituata a controllare e decidere in ogni istante, quasi senza condizionamenti esterni. L’idea che per qualche giorno, sia necessario modificare il proprio stile di vita, con qualche rinuncia, a vantaggio della collettività e delle strutture sanitarie che tutelano la salute di tutti, ha scatenato il delirio della privazione.

… e la connessione con il presente

Così, ho chiuso la porta di casa alle mie spalle e, come spesso faccio nel fine settimana, ho intrapreso una camminata in campagna, tra le coltivazioni: un ottimo esercizio enoturistico di osservazione della natura tra una stagione e l’altra. Diventare slow per qualche ora, è una pratica che consiglio a chiunque. Anche a chi non ha il privilegio come me, di camminare tra i vigneti in riva al Lago di Garda. La lentezza serve a riappropriarsi di sé stessi e della propria relazione con il pianeta, del senso profondo del tempo, dello spazio e del limite, umano soprattutto.  Sul mio sentiero, a quel punto è apparso un vigneto nuovo, talmente nuovo che l’unica parte, immediatamente riconoscibile sono i pali di sostegno alle piante che arriveranno.

Una volta vicina al nuovo impianto, a pochi centimetri da terra, è apparso quello che in italiano chiamiamo “piede franco” ovvero la parte di pianta dalle vite che rimane sotto terra, la radice. Quella che resiste nei decenni e sulla quale viene innestata la pianta della Vitis Vinifera che produce i frutti. Sembrava un messaggio chiaro ed immediato per riportare alla memoria e all’evidenza di coloro che il vino lo conoscono solo in bottiglia,  le peripezie che umani e piante hanno sopportato nei secoli. La conoscenza e  il  ricordo ci vengono in aiuto, se non pretendiamo sempre soluzioni immediate.

Un problema di globalizzazione…

E’ un racconto affascinante.  Uno sforzo immane per tutti coloro che in Europa per diversi decenni, lavoravano come matti per coltivare la vite e se la trovavano completamente divorata alla radice. La storia è nota a chi si occupa di vino. E’ una storia di globalizzazione e di “innesti” in tutti i sensi. E’ la storia che ha decretato la fine del Medio Evo ed ha ufficialmente iniziato l’era moderna.  Pensare che la scoperta dell’America non producesse anche conseguenze complicate è irrealistico, ma “col senno di poi” prevalgono i bilanci positivi e si dimenticano le conseguenze nefaste.

La storia insegna che ogni apertura di nuovi spazi, ha portato con sé fenomeni di squilibrio. Stermini di popolazioni, tratta di schiavi e anche trasferimenti di parassiti da un continente all’altro. Alla fine del 1500, il mondo diventò più piccolo. Il Mediterraneo perse la sua centralità in Europa, i paesi affacciati all’Atlantico occuparono militarmente i nuovi territori. Alcune culture sovrastarono le originarie e gli scambi con i  nuovi territori colonizzati diventarono sempre più frequenti fino ad esportare nel Vecchio Mondo un certo caos. Insieme a tante piante “esotiche” come patate, pomodori e cacao,arrivò anche il famigerato parassita, divoratore di radici di Vitis Vinifera: la fillossera. In pratica,  gli orti si riempivano di nuovi vegetali, mai visti prima, ma importantissimi per alimentare popolazioni affamate. Allo stesso  tempo, le cantine si svuotavano della bevanda nazionale a causa dell’odioso insetto che si nutriva delle radici causando la moria delle piante.

… brillantemente risolto dall’uomo

E’ stato grazie all’osservazione e alla caparbietà di ricercatori, contadini, scienziati, enologi, se la determinazione umana ha avuto la meglio. Fu adottata la soluzione che tuttora, ci permette di produrre vini eccellenti in Europa e di esportarli in tutti i paesi del mondo. Autentiche perle della tradizione secolare, dell’inventiva italiana e della custodia di così tanti vitigni autoctoni da fare invidia al mondo intero. Che non riesce neppure a collocarli sulla mappa. Dopo decenni di tentativi, fallimenti e vigneti devastati dal feroce predatore, il colpo di genio. Se il parassita non divora la radice americana, allora piantiamo nel suolo solo radici di vite americana e ci innestiamo sopra i vitigni europei. Voilà! Come non averci pensato prima? Da allora, si convive tutti allegramente in pacifica quiete: il parassita americano, il portainnesto americano, la Vitis Vinifera europea, che nel frattempo è stata esportata in America e nel resto dell mondo, e innestata a sua volta. Viticoltori del vecchio e nuovo mondo, tutti con radici (tecnicamente: portainnesto) americane e frutti europei.  Non è forse un meraviglioso esempio di integrazione globale?

Il lieto fine

Finirà così anche con il virus Corona? Certamente, e della follia di questi giorni rimarrà il ricordo, si scoprirà il vaccino contro il virus e il Corona andrà a riempire il catalogo dei virus non letali, ma altamente contagiosi a cui sarà stato trovato l’opportuno rimedio. E l’umanità in balìa per qualche giorno, delle limitazioni causate non dal virus, ma dalla poca flessibilità di alcuni presuntuosi, tornerà alle proprie preoccupazioni di sempre, dimenticando – ancora una volta – che non si può controllare tutto, bensì è opportuno diventare flessibili e imparare a convivere con nuovi “ospiti”.

Perle nell’estremo sud della Sicilia: spiagge, arte e il vitigno locale Frappato

 

Si dice che il turismo sia un driver importantissimo per il business del vino. Allora il mio compito è usare le parole affinché la destinazione e l’origine si incontrino. Le ricerche sul turismo e sull’export vino in Italia confermano che tutti i territori si sostengono attraverso il flusso di persone verso una destinazione e i vini che appartengono ad un territorio hanno una corsia preferenziale verso l’export.

In Sicilia tutto è esagerato!

Quasi tutto il mondo sa che parte più a sud dell’Italia, collocata nel mezzo del mare Mediterraneo si chiama Sicilia. Fine delle ovvietà. In realtà, cosa si conosce della Sicilia? E qui parte l’elenco delle sensibilità individuali, ognuno di noi ha un suo percorso per ricostruire nella propria testa cosa lo riconnette a una delle isole più famose nel mondo di oggi e della storia. Così se pensiamo alle destinazioni conosciute dell’isola i riferimenti ovvi sono sulle destinazioni da “cartolina”:Taormina. Tanto bella quanto fortunata: affacciata sul mare, vista sul vulcano attivo più famoso al mondo ed dotata di un teatro all’aperto millenario che tuttora ospita spettacoli in un contesto straordinario.

Da qui il percorso si fa più difficile, l’isola è molto grande e non abbastanza dotata di strade e servizi da rendere semplice spostarsi con facilità. Il che comporta quasi sempre di dover trovare compromessi tra le cose da fare e vedere e il tempo a disposizione.

In Sicilia tutto è estremo, nel paesaggio, nella natura, nelle persone. Ma io parlo solo di aspetti piacevoli, allora: le bouganville hanno un colore più intenso che nel resto d’Italia, la luce dei paesaggi è più luminosa che altrove, il vulcano è il più attivo dell’intera penisola (per fortuna!), le persone sono più geniali e giustamente orgogliose, gli alimenti e i vini sono più seducenti.

Più a sud non si può!

Da qualche anno l’aeroporto di Comiso, nella parte più meridionale della Sicilia connette Milano, Roma e le maggiori capitali europee ad una vasta area dell’isola, molto selvaggia, riservata, estremamente affascinante. www.aeroportodicomiso.eu

Mi riferisco alla provincia di Ragusa, un’area di spazi molto grandi e relativamente poco popolati. Il vento soffia costante e la luce del posto ricorda a tutti gli effetti il deserto. E qui nel deserto straordinarie destinazioni accolgono nuovi viaggiatori. Quelli che hanno già visitato le mete “irrinunciabili” e che sono dunque pronti per un sud est un po’ nascosto, ma denso di panorami e di gemme da scoprire: Ragusa Ibla, Caltagirone, Modica ed una serie di altre bellezze

The Mediterranean Sea is a sea connected to the Atlantic Ocean surrounded by the Mediterranean region and almost completely enclosed by land.

www.ragusais.it/territorio

E non mancano certo le spiagge alla provincia di Ragusa. Da Capo Passero, stremo sud dell’isola, viaggiando verso ovest, enormi spiagge poco affollatevi accolgono. Poco più avanti la più nota del territorio: Scoglitti, nel comune di Vittoria. Fermatevi e pensate per un momento che siete ell’estremo sud d’Europa, più a sud di Tunisi se guardiamo la mappa!

Quale vino quaggiù?

E il vino? Non vi ho accompagnati fino a quaggiù per nulla, voglio presentare il Frappato. E’ il vitigno meno noto che in blend con il Nero d’Avola, leader indiscusso a bacca rossa dell’isola, costituisce l’unica DOCG della Sicilia: il Cerasuolo di Vittoria. Un vino interessante, che merita di certo più attenzione di quella di cui ha goduto finora. Nel Cerasuolo di Vittoria il Frappato gioca un ruolo importante, ingentilisce le caratteristiche un po’ rustiche del Nero d’Avola e lo rende armonico, caldo, profumato di frutta matura, dalla nota predominante di ciliegia, da cui il nome e totalmente coerente con la forza del sole di quest’area.

Date le caratteristiche della maturazione di queste uve diverse cantine ritengono opportuno vinificare il Cerasuolo di Vittoria senza botti di legno, preferendo con questa scelta esaltare le caratteristiche intrinseche dei vitigni e di questo territorio così speciale. Gli scavi archeologici hanno restituito anfore e monete che testimoniano la produzione di vino nel VII-VI secolo a.C. Ma di certo la storia è più antica, siamo in quella Magna Grecia che popola i nostri libri di storia.

Un vino che sa di sole

Il Frappato è qui il vero autoctono e viene vinificato monovitigno per esaltare le sue caratteristiche di freschezza. Al colore si presenta rubino scarico, l’olfatto richiama la frutta tra cui spiccano marasca, amarena, melograno e mirtilli. La struttura è media, è il rosso immediato, beverino, ma per questo di facile abbinamento con la cucina del territorio, con la pasta, le verdure e gli antipasti. E’ il vino che si raccomanda di servire a 14 gradi e che si presta perfettamente ad accompagnare i piatti di pesce quando vengono cucinati in salsa.

Comprese le caratteristiche, è comprensibile che data la diffusione dello spumante rosé negli ultimi tempi, è proprio il Frappato che si presta a questa tipologia.

Le denominazioni che includono il Frappato in purezza sono le DOC Alcamo, Eloro, Erice, Vittoria e Sicilia.

Ci sono altri prodotti famosi originari di questo territorio: il primo è ilpomodoro pachino…. https://www.finedininglovers.com/article/italian-delicacies-pachino-tomatoes e l’altro ancora più goloso http://www.visitsicily.info/en/modica-chocolate/

L’ambasciatore del territorio

Luoghi, cibi e vini hanno bisogno di ambasciatori nel mondo per poter diventare famosi: nelle stessa zona dove si produce il Frappato, vive e opera il commissario più famoso d’Italia: il commissario Montalbano.   Il detective creato dalla penna di Andrea Camilleri, abita e lavori in luoghi immaginari che però corrispondono fedelmente ai luoghi già citati. https://www.bookseriesinorder.com/inspector-montalbano/

Host oppure Oste? L’ospitalità ha radici comuni

Chi era l’oste?

L’oste italiano, a differenza dell’host nella lingua inglese è un personaggio che non si può  separare dal vino. E’ un “mestiere” scomparso nella sua versione originale, ma il suo ruolo viene continuamente “aggiornato” dai cambiamenti imposti dal settore della vendita al dettaglio e della mescita. L’oste di un tempo è la persona che gestisce l’osteria, luogo deputato alla mescita del vino sfuso insieme a una ristorazione veloce e di poche pretese: uno o 2 piatti caldi per consentire ristoro ai viaggiatori, un bicchiere di vino per gli avventori locali (spesso più di uno!)   Un luogo quasi riservato al genere maschile e dedicato alla pausa, alle chiacchiere e al gioco delle carte. E’ chiaro dunque che, parliamo di un professionista dell’ospitalità.

Un uomo scaltro e accorto

L’uomo era anche il protagonista di proverbi popolari: “Non chiedere all’oste com’è il suo vino!” ovvero “evita ci chiedere a un venditore com’è la qualità del suo prodotto perché difficilmente otterrai una risposta obiettiva” oppure ancora “Abbiamo fatto i conti senza l’oste!” quando finalmente si trova un accordo e ci si rende conto di aver trascurato un aspetto molto importante e bisogna cominciare da capo. Da questo si capisce quanto l’oste venisse considerato come una figura centrale, attenta al business e in grado di valutare attentamente tutti gli aspetti di una negoziazione. Oste ha un sua declinazione femminile nella parola ostessa, di fatto una professione che non esiste in italiano. Però è interessante, sia in italiano che in inglese quanto il suono sia rimasto pressoché identico.

Il personaggio e il locale

Questo signore, dunque, era anche un aggregatore di persone, un confidente, una persona di riferimento per avere informazioni  riguardo al luogo e alle persone  di quell’ambiente. Ad esempio per trovare casa o per conoscere la reputazione di una persona poco nota. Con il passare del tempo e il cambio delle professioni e stili di vita, la vecchia osteria venne sostituita dal bar che somministrava anche  liquori e caffé, poi dalle enoteche, ed ora dai wine-bar dove al vino sfuso si è sostituita una carta dei vini articolata per ogni gusto e abbinamento. I locali che ancora espongono l’insegna “Osteria” sono quasi sempre  legati alla tradizione gastronomica del territorio. Di certo la parola “osteria” evoca nelle menti di molti noi un sapore e un odore presenti nella memoria, ormai perduto nella realtà quotidiana.

Cosa bevevano i clienti dell’oste?

Ma tornando al vino, che è il filo conduttore delle nostre ricerche, com’ era il vino dell’osteria? “Buono!” direbbe l’oste della nostra vignetta. Il vino all’osteria era bianco o rosso, proveniva dall’ultima vendemmia e l’affinamento in botte o in bottiglia era praticamente sconosciuto a questo tipo di consumatore. Come sconosciuti erano alcuni metodi di elaborazione del vino quali Charmat o Metodo Classico nella creazione di bollicine…

Quello che variava era la quantità da ordinare, in base al numero dei commensali, dobbiamo considerare che il lavoro manuale era molto diffuso e un pasto contemplava più portate. L’immagine delle varie misure, non solo ci mostra le quantità, ma ci indica che ogni misura aveva addirittura un nome che la distingueva, quasi come un “brand” per la misura stessa. Allora si capisce perché “sospiro” per una quantità che si esaurisce rapidamente, mentre “quartino” è strettamente identificativo della frazione di litro ed era utilizzato in tutto il paese (250 ml=un quarto di litro).

L’oste e il vino ai giorni nostri

Non tutto ciò che era normale per l’epoca è andato perduto ai nostri giorni, l’abitudine alla mescita del vino sfuso è rimasta in molti ristoranti, generalmente di fascia media. Nella carta dei vini si trova una proposta di vino bianco o rosso raramente rosato, in quarto o mezzo litro, chiamata “vino della casa”, poiché un tempo era prodotto dallo stesso ristoratore. Diverso è “il vino al bicchiere” che non è sfuso all’origine”, bensì un vino DOC proposto anche al bicchiere evitando l’acquisto di una bottiglia intera

Questa formula trova il successo in particolare nel wine- bar, all’ora dell’aperitivo, dove curiosi e appassionati possono provare nuovi vini selezionati e incrementare in questo modo piacere e conoscenza. Anche questo è un modo per incontrarsi e condividere un momento, proprio come nella vecchia osteria. La bottiglia piccola invece, da 500 ml oppure 375 è dedicata ai vini dolci e passiti, che meritano però un blog riservato.

L’oste si è reinventato

Dunque l’oste non è scomparso, il suo ruolo si è evoluto e purtroppo, a volte, ha rinunciato al suo nome originale. Il nuovo oste  è una persona che conosce il vino e la degustazione e la nuova ostessa è sempre più presente nella conduzione del locale. E’ curioso, appassionato e ama  proporre ai propri clienti una carta dei vini originale e continuamente in evoluzione come ogni bravo venditore.  Però rimane un oste nell’animo e dunque ci si aspetta che sia una persona accogliente, simpatica e sorridente e dove avrai sempre voglia di tornare. Perché il vino cambia stile secondo i gusti e le mode, ma il bisogno degli umani di essere accolti e condividere emozioni è rimasto lo stesso.

Piano, piano

Contemplazione

Ci sono cose che vanno fatte lentamente, imparate lentamente, godute lentamente. E’ difficile perché “lentamente” è in controtendenza con il nostro tempo che invece è fatto di velocità, efficienza, presenza costante. Però a volte capita che una voce in fondo a noi, quasi ignorata, ci ricordi che abbiamo anche un’altra dimensione: ampia, complessa, cosmopolita, … è una dimensione oltre lo spazio e il tempo che conosciamo, è una dimensione che contiene tutto quello che è successo prima di noi e anche il nostro presente per arrivare da qualche altra parte.  Cosa succede quando degustiamo? Succede che siamo costretti a fermarci in una dimensione ormai  inconsueta.  Per degustare ci vuole il massimo dell’attenzione concentrata su pochi organi e sulle sensazioni sottili che questi ultimi ci trasmettono e poi ci vuole il tempo per la percezione immediata e per quella che arriverà tra qualche istante. Con calma, ma vigili.

Pazienza

E’ il tempo della scoperta  della lentezza e al tempo stesso della determinazione. Sempre più spesso mi capita di imbattermi  in persone che si ritengono negate per la degustazione e non contemplano che assaggiare con consapevolezza ha bisogno  di esperienza ovvero, ancora una volta di tempo e di ripetizione, una pratica necessaria, ma che quando si avvicina alla noia, può essere pericolosa perché induce alla rinuncia.  Lo ricordo alle persone che partecipano alle mie serate “non vi parlerò di profumi di fiori o frutta, perché per le prime esperienze  non è facile distinguerli e non deve essere una buona ragione per non continuare a praticare, a cercare fino a che il primo profumo diventa individuabile. Come quando si impara a camminare e non si demorde certo perché l’equilibrio è instabile, dunque si cade, ci si rialza e si riparte, instancabili vero la metà che ci siamo prefissati, operazione che ripeteremo più volte nella vita, fino a che avremo motivazione per vedere realizzati i nostri sogni.

Scoperta

Senza tutta questa lucidità quando è nata l’esperienza “trekking con il sommelier” non ho pensato a tutti questo aspetti nel dettaglio. Ho solo avuto un’intuizione pensando che mi sarebbe piaciuto molto se la stessa esperienza fosse stata proposta a me, perché fare un’esperienza del vino a piedi? Perché per conoscere i vini e le persone hai bisogno di tempo, di percepire le persone intorno a te, sia i compagni del gruppo che le persone che ti ospitano in cantina. Sono convinta che chiunque decida di visitare una cantina, più o meno consciamente è animato dalla volontà di scoprire prima di tutto un posto e delle persone e che il vino sia un compagno di viaggio per questo scopo. “Ci si viene incontro” in italiano significa ci si avvicina uno di fronte all’altro, con la precisa intenzione di facilitare all’altro questo sforzo, “ti vengo incontro” significa “faccio un pezzo del cammino nella tua direzione” per renderti più facile il compito di raggiungermi e viceversa.

Olfatto

Immergersi  nella natura è il primo passo che possiamo intraprendere per allenare tutta la complessità di cui ho parlato finora.  Godere della natura comporta la disponibilità di “perdersi”, si sentirsi fusi con il paesaggio e con i profumi dell’ambiente.  Allenare i nostri sensi, nello specifico l’olfatto, prestare loro la giusta attenzione è a sua volta un’esperienza che varia di intensità con il tempo. Tutti noi abbiamo ben presente il potere evocativo degli odori sui nostri ricordi e pagine di letteratura europea sono state dedicate a questo argomento.  Il potere dell’olfatto è straordinario, anche se entra poco nei discorsi delle persone perché appunto di presta maggiormente alla scoperta che non alla competizione. Non dovremmo mai dimenticare che alle “origini” del nostro essere umani il nostro organo olfattivo aveva il preciso compito di distinguere un cibo valido per il nostro organismo da un cibo avariato ed evitarlo a tutela della nostra salute.

Piano, piano

Un tempo che non si misura, bensì è un tempo individuale, quello che ci serve per godere appieno di un’esperienza e che finisce spontaneamente, quando l’abbiamo fatta nostra e siamo pronti per altro.

Qualcosa di autentico

Tradotto nella realtà quotidiana e nel progetto che sto proponendo agli enoturisti, questa tendenza ha immediatamente incontrato il mio entusiasmo, tuttavia dopo qualche tempo ho iniziato a “maturare” dei dubbi, il più feroce è “com’è possibile far convivere in una unica esperienza autenticità ed effetto WOW?” Ho la sensazione che questi anni ci stiano travolgendo in una serie di stimoli spesso contrapposti, grazie alle reti sociali possiamo sempre più concentrare la nostra attenzione su temi e persone che ci interessano molto a discapito di altri che non risultano così attraenti, tuttavia mi chiedo “quanto le calamite virtuali dei nostri interessi ci consentono di mantenere attiva la nostra capacità di stupirci? E soprattutto: quanto e cosa continua a lasciarci a bocca aperta, anche dopo una vita di frequentazione?”
Naturalmente non ho risposte per tutti, però ho provato a mettere insieme due passioni, autenticamente autentiche (si potrà dire?) che, a mio modo di vedere, ti consentono di affidarti e ad abbandonare per qualche ora telefoni cellulari, strumenti di navigazione, navigazione web. In questa esperienza si naviga a vista o ancora meglio, si procede a piedi, lentamente, in compagnia, prendendosi il tempo e la disponibilità a contare sugli altri per condividere un’esperienza lontana nel tempo, ma tanto autentica quanto la terra che ci ospita. Andare a piedi, prendendosi il tempo che serve è un privilegio che nessuno di noi può più permettersi e ne abbiamo riprova quando percorriamo un percorso a piedi, inesplorato per anni, abbastanza vicino alle nostre abitazioni. Come è possibile che non conosciamo più lo spazio, anche a pochi chilometri da casa?
Allora, proviamo ad approfittare della nostra vacanza per fare esperienze autentiche, gli ingredienti sono la terra e il nostro corpo, l’esperienza è data dall’osservazione di azioni che spontaneamente compiamo in modo automatico, ma che non facciamo quasi più… come camminare nella natura, annusare l’aria o essere colpiti da un odore o da un profumo… percepire la temperatura tiepida sulla pelle e l’aria in percorsi in parte soleggiati e in parte in ombra… osservare gli spazi intorno, le fioriture, i colori, le coltivazioni, avete mai riflettuto sull’impressione che vi fa uno spazio nuovo il primo giorno di vacanza rispetto ai successivi? E quando l’esperienza diventa faticosa? Sappiamo ancora sopportare le salite? Il clima troppo caldo, la sete, la stanchezza?
Forse quando arriveremo in cima alla collina non avremo proprio il trucco perfetto per il selfie e chi ci vedrà forse non dirà “wow”, siamo disposti correre il rischio? Le mete della mia wine experience prevedono ricompense gratificanti: paesaggi esclusivi, decorazioni naturali sulle tonalità del verde come prati, alberi e vigneti, tutto autentico, poi… c’è l’aspetto enogastronomico: vini prodotti dalle cantine che visitiamo, affettati e formaggi prodotti sul territorio da piccoli produttori che spesso allevano o controllano direttamente l’origine degli allevamenti, pane del fornaio locale. Tutto autentico, tutto da conoscere e tutto da scoprire, tutto o molto vicino a come si produceva molti anni fa, a km zero o poco più perché per i nostri produttori c’è un altro elemento di autenticità: ci mettono la faccia … e anche molto cuore.

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